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Robert Plant – Recensione – Lullaby And… The Ceaseless Roar

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Robert Plant Lullaby And… The Ceaseless Roar

Artista: Robert Plant

Titolo: Lullaby And… The Ceaseless Roar

Etichetta: NONESUCH / EAST WEST

Autore: Rob Hughes

 

Un signore del Rock che ancora una volta riesce a sorprendere tutti.
Positivamente.
Pensiamo per un attimo a Robert Plant: da un lato ci appare come un esploratore, un uomo con un’insaziabile sete di nuove idee e sonorità. Dall’altro è il volto del più grande gruppo hard rock di tutti i tempi.
È lecito presumere che la maggior parte dei suoi fan si augurino di trovarlo ancora al suo posto, sul palco, a guidare i Led Zeppelin in un tour senza fine. Ma tutte le varie reunion che si sono fatte, stranamente, sembrano averlo liberato dal peso del passato. A ben vedere, l’unica cosa davvero nostalgica di Band of Joy (2010) era il titolo, preso a prestito da uno dei suoi gruppi pre-Zeppelin.
La musica, al contrario, era un’ammaliante miscela di classiche canzoni americane, con un piede nel prog e uno nell’elettronica. Lullaby and… The Ceaseless Roar è un ulteriore passo in questa direzione, anche se stavolta l’accento si posa sui ritmi tratti dalla world music e su percussioni molto esotiche, per così dire. È un disco realizzato da un gruppo, più che da un solista.

Nei momenti migliori Lullaby And… The Ceaseless Roar è una vivace miscela di cose familiari e nuove idee.

La voce di Plant aleggia più che esplodere, inserendosi magnificamente nel sapore e nei toni evocativi della West Coast africana. The Sensational Space Shifters sono un sestetto composto in gran parte da membri della band che Plant ha usato a metà anni Novanta, The Strange Sensation. Il nuovo innesto è il batterista jazz Dave Smith, il cui straordinario controllo dello strumento fornisce la base su cui s’inseriscono gli altri (dai flauti del Mali ai violini del Gambia, fino ai più convenzionali pianoforte e chitarre), dando vita a ritmi sghembi, quasi incidenti ben architettati.
Nei momenti migliori Lullaby… è una vivace miscela di cose familiari e nuove idee.
Little Maggie, una delle due cover presenti, affonda nelle radici del bluegrass grazie al banjo di Skin Tyson, per poi mutarsi in una danza gitana di celebrazione che richiama al contempo la West Virginia e il West Gambia. Pocketful Of Golden è un altro meraviglioso esempio dell’eclettismo del gruppo, mescolando un beat alla Massive Attack e la voce calda e ricca di pathos di Plant.
Il cantante è attento a disseminare indizi, qua e là: A Stolen Kiss, quasi da ballo, è una canzone che parla di casa, una delle numerose ispirate dal ritorno di Plant al Galles della sua giovinezza. E in Turn It Up, un viaggio per le strade d’America è stravolto dall’improvvisa intrusione di una sua vecchia canzone alla radio.
Il grido di Plant (‘Let me out!’) è il momento più forte e intenso di tutto l’album, per il resto sommesso e discreto. È un disco in cui Plant concede poco a ciò che ci si aspetterebbe da lui, poco ma buono. E la cosa lo rende migliore.

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