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Un disco di cover salvò la carriera ai Metallica


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All’inizio del 1987 i Metallica stavano ancora piangendo Cliff Burton ed erano sull’orlo di una crisi, poi un disco gli salvò la carriera…

Sulla carta, fu il disco più semplice, facile e divertente che i Metallica avessero mai fatto. E in un certo senso, fu anche il più paradossale. Infatti, anche se i quattro brani dell’edizione originale di THE $5.98 E.P. GARAGE DAYS RE-REVISITED furono completati in appena sei giorni (dall’ideazione al missaggio finale), furono il risultato di uno dei periodi più cupi e dolorosi nella storia del gruppo. Un momento in cui i Metallica, giunti sulla soglia del successo mondiale, si  ritrovarono a fissare l’abisso, straziati dalla recente morte del bassista Cliff Burton. Il dolore li portò ad accanirsi sull’incolpevole sostituto di Cliff, Jason Newsted, ponendo le basi per il loro devastante successo del successivo lustro e per il loro quasi-scioglimento di dieci anni dopo.

Perchè i Metallica, all’ombra della morte di Cliff, decisero di registrare un album di cover?

In effetti, uno dei motivi principali per cui ebbero l’idea di registrare una manciata di cover per quello che sarebbe stato il successore di MASTER OF PUPPETS (il disco che gli aveva dato il primo vero successo commerciale l’anno prima) fu, come mi disse in seguito Lars Ulrich, “perché all’epoca era tutto una merda”. Quell’Ep era una pausa. Un lasciatemi in pace, cazzo! Un fill-in. Eppure, fu anche uno dei dischi più sinceramente heavy metal di quell’anno, grezzo, crudo, sincero.

Non volevamo pensare”, disse Ulrich. “Volevamo solo divertirci”. Da quando Burton era morto, la parola “divertimento” era sparita dal vocabolario dei Metallica. La decisione di impiazzare il prima possibile Burton con un nuovo bassista e continuare con i progetti in corso poteva anche essere sembrata buona, ma il ruolo di Burton nel gruppo non era semplicemente quello del bassista: i tre superstiti (Ulrich, il co-fondatore cantante & chitarrista James Hetfield e il chitarrista solista Kirk Hammett) non avevano solo perso un membro, avevano perso il loro mentore, il loro fratello maggiore. La persona che non gli avrebbe mai mentito. L’amico che non li avrebbe mai traditi. L’unico che poteva salvarli da loro stessi. Ora, Ulrich e Hetfield – sempre così decisi nel fare le cose a modo loro – si trovavano nella scomoda situazione di dover salvare carriera e futuro.

La morte di Burton era arrivata in un momento cruciale per i Metallica, nel momento in cui finalmente venivano percepiti non solo come gli ‘inventori’ del thrash, ma anche come potenziali star mainstream. In un momento diverso della loro carriera, forse avrebbero potuto permettersi di fermarsi e prendersi il tempo necessario per metabolizzare l’immane perdita appena sofferta. Ma non adesso. Il tour europeo si poteva anche rinviare all’anno nuovo, ma quello in Giappone pianificato per il novembre 1986 – la loro prima visita in quella nazione e un’altra tappa centrale nella strada per il successo mondiale – non si poteva spostare. “Non capisco come chi conosce davvero i Metallica abbia potuto pensare che avremmo mollato”, disse all’epoca Ulrich. “Dobbiamo farlo per Cliff… Se sapesse che ce ne stiamo seduti a piangerci addosso, verrebbe e ci prenderebbe a calci in culo, dicendoci di tornare in tour e riprendere da dove ci siamo fermati”.

Jason Newsted, un ex ragazzo di campagna 23enne del Michigan, fece la sua audizione esattamente tre settimane dopo il funerale di Burton. “Jason aveva lo spirito giusto”, ci dice Bobby Schneider, all’epoca tour manager dei Metallica. “Jason mangiava, cacava e sognava i Metallica. Erano il suo sogno”. Newsted non si vergognava a dire che i Metallica erano “il suo gruppo preferito di sempre”. Quando all’audizione Hetfield gli chiese quale canzone gli sarebbe piaciuto fare, rispose: “Quella che volete. Le so tutte”.

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