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Strazio, storia e violenza: la ribellione del PUNK


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Il punk esplode come dinamite: Manchester, 1977, protagonisti i Sex Pistols

Mucchio di fascisti!”, strillava il punk. L’attacco era rivolto al comportamento dell’intera razza umana: “Sii uomo / Uccidi qualcuno / Sii uomo / Uccidi te stesso”. A corredo: uno sputo sul vetro, la maglietta delle Brigate Rosse, un’ammissione di sconfitta. Attraverso la musica e il cinema.

(L-R) Johnny Rotten, Sid Vicious, Steve Jones and Paul Cook of The Sex Pistols playing with straws in Luxembourg. November 1977. © Bob Gruen / www.bobgruen.com

E’ nella seconda apparizione a Manchester, autunno ’77, che i Sex Pistols eseguono per la prima volta Anarchy In The UK, il brano/dinamite con la doppia rima antichrist/anarchist. È l’inizio della grande ribellione punk, il detonatore che mette in moto, nel rock ma non solo, un micidiale movimento internazionale che ancora oggi si fa fatica a capire in tutta la sua vera portata rivoluzionaria.

La verità la sanno solo i teppisti”, diranno i Clash in Garageland; e i Pistols: “Noi siamo il romanzo dietro lo schermo”, quasi un invito a rivedere l’intero film del punk dal punto di vista del backstage. Un’ondata nera, violenta, indefinibile, che invade  e contamina tutto, mercato giovanile, musica, cinema, diventa storia, nuova dignità e strazio di ragazzi e ragazze. Un’onda che man mano si allarga al sociale, si fa insurrezione, violenza, degrado rifiutato e creato, distruzione sistematica (senza prigionieri) di ogni forma di vita possibile all’interno del sistema e del mercato del capitale.

Poi nel 1978, con il tour statunitense delle “pistole del sesso”, la rivolta inglese si unisce a quella americana, alla No Wave di New York dove i nuovi musicisti e cineasti (da Lydia Lunch a Jarmusch, da John Lurie a Richard Kern, a tanti altri) stanno lavorando sulla musica dai tempi della Factory e del CBGB.

La Punk Army: l’esercito disilluso del punk sbarca in America

Il corto circuito però esploderà a Los Angeles, quando spuntano altre band più feroci e velenose (Fear, Germs) che raccolgono e rilanciano la sfida: verso i  Nirvana, i Sonic Youth, gli anni Novanta… Loro però si chiamano fuori, fin dall’inizio. I loro sono dischi e film provvisori, se ne fregano allegramente dell’autosufficienza arrogante del prodotto d’autore. La musica e il cinema punk hanno sempre saputo di avere il fiato corto, di essere “piccole macchine di ribellione e autovalorizzazione lì dove potrebbe esserci null’altro che il crogiolarsi, o il suicida muoversi armato, nella disperazione” (Roberto Silvestri).

ono arrivate un attimo dopo il crollo delle prime illusioni, e hanno capito, seppure confusamente, come e da chi la grande truffa del rock’n’roll era stata messa in moto: nella musica come nel cinema sono sempre gli altri che decidono quello che deve succedere. Il punk aveva raggiunto la sua punta più furiosa nell’estate del 1977. Guidate dai Pistols e dai Clash, le bande punk del Regno Unito avevano dato l’assalto all’establishment del rock, chiedendo un cambiamento radicale e  dando voce alla rabbia dei ragazzi che si erano radunati attorno a loro (la punk army).

Quando il punk tocca il fondo: la fine della stagione

Poi, nel giro di un anno, molti dei protagonisti di quella virulenta stagione arrivano a toccare il fondo: gruppi che spariscono, confusione, disillusione, disgusto  per le macchinazioni del rockbiz. Qualcuno (i Clash) sopravvive; altri, come i Sex Pistols, si fanno autoesplodere lontano in una fiammata di gloria; altri ancora, gli Sham 69, crollano proprio sulle contraddizioni che essi stessi avevano messo in moto. Ed è il cinema, come non si era mai visto prima, a documentare tutto  questo. Un cinema che arriva appena in ritardo, ma c’è, è lì in prima fila, durante gli scontri di King’s Road, le corse a Camden Town, le manifestazioni selvagge  del giubileo, gli arresti, il carnevale giamaicano di Notting Hill, soprattutto durante i concerti che hanno spazzato tutti i locali di Londra.

Dall’alto del cavalletto di una cinepresa è più facile capire da che parte stanno il capitale morto e il lavoro vivo, da che parte tirano il desiderio e la rivolta sgolata. Il capitale morto è lì sul  palco, fatto di amplificatori, macchine, programmi; mentre il lavoro vivo è soprattutto giù in platea dentro l’onda saltellante dei ragazzi, fatto di ballo (pogo), di  sudore, comportamenti tra lo sputo e lo strappo. Lì, sul palco e in platea, la rabbia e l’energia per un cambiamento vero, come non c’era stato da anni nella cultura giovanile e nel rock.

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