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Il rock britannico e la rivoluzione mondiale


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Il rock britannico, i guai e la rivoluzione: l’epicentro del mondo

A solo dieci anni dall’esplosione al calor bianco di fine anni 60, il rock britannico era nei guai. I suoi iniziatori si erano divisi, avevano perso il contatto con la realtà o stavano precipitando nel nulla per colpa dell’abuso di droghe pesanti. Il loro mojo era finito in mano a un’ondata di gruppi USA che esibivano i loro dischi di platino, e dal movimento punk, nichilista e incendiario. Il rock britannico insomma era al tappeto, ma non era ancora definitivamente KO.

Alla metà degli anni 70, per il rock inglese le cose avevano iniziato a cambiare. Per alcuni gruppi il richiamo degli USA si era dimostrato irresistibile e passavano il tempo perennemente o quasi in tour laggiù, godendosi i soldi e ogni alta cosa disponibile. Per altri invece, anni di successi avevano portato all’autocelebrazione o all’arroganza, se non a entrambe.

Gli anni 70 entravano nella seconda metà quando una nuova ondata di gruppi metal, dai quattro angoli del Regno Unito, scatenò una rivoluzione, riscrivendo le regole del gioco e dando ai loro colleghi più adulti – e ormai parte dell’establishment – un sonoro calcio in culo. I loro esponenti principali avrebbero raggiunto traguardi inimmaginabili in quel momento, ma anche i gruppi che non ce la fecero e rimasero indietro – i soldati semplici, gli sfigati, i perdenti – a modo loro furono degli eroi. Per pochi, brevi, intensi anni tra la fine degli anni 70 e l’inizio degli 80, queste piccole isole furono l’epicentro della scena rock più vibrante, eccitante e possente al mondo. Questa è la storia di come il rock britannico diventò più pesante e di come – ancora una volta – cambiò il mondo.

Gli anni 60 segnarono la nascita dell’Era del rock: le voci dei protagonisti

L’attrazione quasi elementare del pop aveva dato spazio a qualcosa di più pesante, duro e adulto, e l’albero musicale iniziò a sviluppare i suoi diversi rami: blues, rock, psichedelia, West Coast rock, East Coast rock, country rock, heavy metal. E una generazione di futuri musicisti ne era sconvolta.

Foto via: www.ironfistzine.com

Fast Eddie Clarke (ex Motörhead): “Ho sempre amato suonare. Ho iniziato a dodici o tredici anni, andavo a vedere Eric Clapton e volevo farlo anch’io. Poi arrivò Hendrix e mi stravolse del tutto.”

Biff Byford (Saxon): “Sono cresciuto negli anni 60. Ascoltavo tutti i gruppi pop del periodo – i Rolling Stones, i Beatles, i Kinks. Mia madre era una pianista e avevo un amico in un gruppo blues. Lo andavamo a vedere e così decisi di imparare a suonare la chitarra. Fu allora che decisi che volevo fare musica.”

Joe Elliott (Def Leppard): “Il primo artista che mi colpì fu Marc Bolan dei T. Rex. Volevo essere come lui. Poi a Top of the Pops vidi David Bowie che faceva Starman – e mi cambiò la vita.”

Steve Harris (Iron Maiden): “Ascoltavo i Beatles, gli Who e roba simile. Poi mi spostai verso cose più rock, arrivai ai Wishbone Ash e poi al prog. I primi dischi dei Genesis mi facevano venire la pelle d’oca. Per molti di quegli aspiranti musicisti, la musica offrì una via di fuga dalle tristezze della vita reale, se non addirittura la strada per fama e soldi.”

Foto via: theriffrepeater.com

Rob Halford (Judas Priest): “Venivamo tutti da zone povere, quartieri operai. Walsall e West Bromwich erano posti molto cupi. Volevamo tutti aprire questa gabbia che ci opprimeva e fuggire da quel tipo di vita.”

Fast Eddie Clarke: “Venivo da una famiglia di operai. Non avrei mai sognato di potermi guadagnare da vivere con la musica. Volevo solo poter suonare la chitarra e avere abbastanza soldi per mangiare e arrivare a fine mese. Se ci fossi riuscito, sarei stato felice per il resto della mia vita. Biff Byford: A Barnsley, la tua massima prospettiva era il pozzo. Fare il minatore non era male come dicono. Era un buon lavoro. Ma io volevo vedere il mondo, incontrare qualche ragazza…”

Joe Elliott: “Volevo fare parte di un gruppo rock. Pensavo: “Non voglio lavorare in fabbrica tutta la vita”.”

Rob Halford: “Non ci siamo mai seduti a tavolino dicendo: “Ecco il piano!”. Come ogni altra grande cosa uscita dalla Britannia, è nata dalla pura dedizione, e dal duro lavoro.”

Fast Eddie Clarke: “Nessuno di noi all’epoca pensava di diventare una star o fare paccate di soldi. Volevamo suonare la nostra musica e alzare qualche sterlina. Quando mi sono unito ai Motörhead, era per fare qualcosa. Non volevamo diventare stelle. C’interessava solo poter suonare.”

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