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Nickelback: figli di un Grunge minore


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Il tortuoso percorso dei Nickelback e la forzatura del post-Grunge

Davvero bizzarro e tortuoso il sentiero percorso dai Nick’ nei loro vent’anni, nel dorato ma tremendo panorama del music-biz, che li ha visti esordire da sfigatelli postadolescenti sulla via di quello che si tentò di chiamare a forza post-grunge ma che, almeno per CURB (il loro esordio autoprodotto del 1996) sembrava il  classico “Quattro anni per riordinare le idee”, ed ecco che nel 2000 vede la luce THE STATE, che incanala la band sulla via già tracciata da nomi come Drowning Pool, P.O.D., Godsmack e un pizzico di Silverchair ma non va oltre il numero 130 delle charts USA.

La Roadrunner ci crede e a un anno di distanza stampa SILVER SIDE UP, dove compaiono tematiche personali che sfociano sia in brani dalle chitarre sature ma anche in malinconie acustiche agrodolci, anche se il  suono che esce fuori pare oggi un po’ datato, con una produzione a metà strada fra Creed e Staind. How You Remind Me però è il singolo giusto per tutti i nerd malinco-grunge del nuovo millennio.

La progressiva mutazione dei Nickelback e l’eco del Grunge

Poi nel 2003 esce THE LONG ROAD, e la progressiva mutazione rivela una discreta consistenza compositiva, sempre riecheggiante l’enfasi della Seattle alternative, ma rivestendo i brani di un tocco radiofonico al passo coi gusti del terzo millennio. In definitiva, si rinnova la  formula dell’album precedente, con un suono più pulito ma al tempo stesso pompatissimo, con buona pace dei subwoofer di centinaia di migliaia di auto americane.

La consacrazione arriva con ALL THE RIGHT REASONS, un’esplosione che tocca più livelli di percezione, dove, alla fama crescente, fa eco una  consistente pletora di agguerriti detrattori, pronti anche ad analizzare i testi di Chad Kroeger pur di spernacchiare i contenuti dei loro dischi. Ma in questi solchi  avviene la completa mutazione verso un sound invero coraggioso e originale, nel tentativo di mettere a comune denominatore due facce del rock in totale antitesi  tra loro: le reminiscenze di Alice in Chains e Pearl Jam in uno scontro frontale con un heavy rock radiofonico memore di certe armonie AOR, in anticipo su quanto faranno band come Alter Bridge, che, al contrario, saranno accolti con maggiore benevolenza critica.

“Feed The Machine” dei Nickelback ci stupirà?

Ci vorranno tre anni per ascoltare un loro nuovo album,  ma ormai la band ha trovato la dimensione congeniale e DARK HORSE rinnova la strada a doppia corsia tra i due estremi toccati, e ancora una volta la scelta del produttore sarà fondamentale: parliamo di Matt Lange, l’uomo di BACK IN BLACK e PYROMANIA, con Chad a divincolarsi tra sguaiati, laidi doppi sensi discretamente misogini e ballate a fior di pelle con enfasi da soundtrack. In pieno controllo di se stessi, nel 2011 tirano fuori HERE AND NOW, il loro album più  eclettico, tra echi power pop geneticamente modificato, disco-rock aggiornato al terzo millennio e l’immancabile dose di sarcasmo scollacciato figlio della t etralogia di American Pie. Come sempre accade, a una salita repentina segue una discesa degna di una montagna russa e nel 2014 NO FIXED ADDRESS,  decisamente stanco e ripetitivo nei brani proposti, si ferma ad appena 300.000 copie negli USA ed è ignorato quasi ovunque.

Tocca ora a FEED THE MACHINE far capire se si è trattato solo di una sbandata…

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