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Il ritorno di Roger Waters


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Dopo 25 anni, Roger Waters torna in grande stile

Al netto di polemiche e accuse di plagio per la copertina, c’è un dato di fatto incontestabile: Roger Waters è tornato nei negozi con il suo primo disco solista in oltre 25 anni.

Non so come abbiano fatto a passare venticinque anni”, ridacchia Roger Waters. “Ho fatto AMUSED TO DEATH e poi ho deciso di dedicarmi ai concerti. E da  allora ho passato un sacco di tempo suonando in giro”. Da quando ha lasciato i Pink Floyd, Waters ha costruito una carriera ricca e intensamente politica, inclusi  centinaia di epiche rappresentazioni di THE WALL e il sostegno – molto discusso – al controverso movimento BDS (Boicottaggio, Disinvestimenti, Sanzioni) contro Israele. Prodotto da Nigel Godrich, noto soprattutto per la sua collaborazione con i Radiohead, IS THIS THE LIFE WE REALLY WANT? è una riflessione  spietata e tagliente sui recenti eventi mondiali.

Lo stiamo ascoltando e riascoltando: è un disco molto intenso. R: È un viaggio che parla della natura  trascendentale dell’amore e di come ci potrebbe salvare dai problemi attuali e trasportarci in un mondo nel quale a tutti piacerebbe vivere. D: È stato ispirato  dalla Brexit e dalle recenti elezioni?
R: La Brexit non ispira nulla. La Brexit non può ispirare proprio nulla. La Brexit è l’ammissione della nostra sconfitta come esseri umani capaci di crescita –  almeno a mio giudizio. Quando in Europa i confini sono spariti, a me è piaciuto. E il fatto che ora li stiamo rimettendo in vigore sulla spinta di questi stronzi nazionalisti mi preoccupa molto.

Hai lasciato che Nigel Godrich ti spingesse in una qualche direzione?
R: Appena siamo entrati in studio, ho capito che aveva  le idee molto chiare su ciò che voleva ottenere. E lui, in un modo molto cortese, ha messo subito in chiaro che non voleva che mi impicciassi [ridacchia]. È stato  simpatico,  perché non mi era mai successo prima. Ma gli ho ubbidito. E ti assicuro che ha realizzato un disco davvero eccellente.

«Rifugiarsi all’interno dei confini sicuri del trademark è una tentazione terribile»

Hai sempre mirato a produzioni grandiose e scenografie monumentali. Come è iniziato?
R: Be’, diciamo che la prima fu quella per il tour di ANIMALS, nel 1977. Il maiale che vola sopra la centrale elettrica a Battersea è ancora oggi un’immagine molto  potente. A quel punto, mi fu chiaro che il rock’n’roll stava migrando verso spazi sempre più ampi e che dovevo dare alla gente una sorta di esperienza teatrale, invece di fargli vedere delle figurine su un palco a cento metri di distanza in uno stadio.

Ti capita mai di pentirti di aver ceduto il trademark Pink Floyd ad altre persone?
R: No.

Perché no?
R: E perché dovrei?

Per i soldi?
R: Ah, sì. Ma quella è una trappola, lo sai? Queste specie di ombrelli commerciali sono… Non dico che per un gruppo rock’n’roll la longevità sia una cosa negativa  in sé. Dico solo che restare sempre e solo all’interno dei confini sicuri del trademark è una tentazione terribile.

Quando programmi e prepari un tour, fai tutto  da solo?

R: No. Di solito c’è una lavagna sul muro con scritte tutte le canzoni che intendiamo fare e iniziamo a buttare giù idee su come farle al meglio. Lavoriamo brano  per brano, scena per scena, idea dopo idea, poi ci pensiamo sopra e cambiamo di nuovo. Se qualcosa non funziona, devi eliminarla: la possibilità di coinvolgere la  gente è un previlegio unico e non va preso alla leggera.

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