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Non ci sarà mai un altro CHUCK BERRY


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Non ci sarà mai più un altro come Chuck Berry: artista, showman, uomo d’affari, creatore e Shakespeare del rock’n’roll. E insuperabile rompicoglioni.

Amiamo appiccicare titoli onorari ai musicisti. Specialmente quelli che definiscono un genere. Il re del rock’n’roll. La regina del blues. Il padrino del soul. E  sicuramente Chuck Berry, morto il 18 marzo 2017 all’età di 90 anni, meritava ogni titolo che gli si potesse attribuire. Il poeta, il padre, l’inventore. O, come lo  definì Bob Dylan: “lo Shakespeare del rock’n’roll”.

«Era uno showman spettacolare. Il suo modo di stare sul palco diventò il nucleo stesso del rock’n’roll»

Foto via: www.aol.com/article/entertainment/2017/03/18/chuck-berry-rock-n-roll-legend-dies-at-90/21902411/

Ma la realtà è che le doti di Berry lo resero più grande di qualsiasi titolo. In qualità, assieme ad altri, di creatore  el rock’n’roll anni 50, Berry mise a punto un modello gioioso che ispirò una lista interminabile di artisti che comprende i Beatles e i Beach Boys, gli Stones e Springsteen. È stato anche il primo guitar hero elettrico del genere (non esiste via di accesso al rock migliore dell’intro di Johnny B. Goode) e perfino il  suo primo autentico cantautore.

Ciascuna di queste cose da sola basterebbe. Ma c’è di più. Cosa molto insolita per quel periodo, Berry era anche molto attento  agli affari: aprì ben presto il suo club personale e gestì in proprio la sua carriera. Nelle interviste, tornava sempre sull’onnipotente dollaro. “Il dollaro decide che  musica si scrive”, disse una volta. La sua ossessione per il denaro, alla fine, avrebbe contribuito a farlo cadere in disgrazia, ed è probabilmente il motivo principale perché la maggior parte di chi gli ha tributato un omaggio postumo l’ha fatto con gli occhi asciutti.

È vero, fu uno showman stupefacente, un artista le  cui mosse sul palco divennero il nucleo stesso del rock’n’roll. Ma era anche un tirchio, era stato due volte in galera ed era difficile volergli bene. Eppure, in mezzo  a tutte queste contraddizioni, il successo maggiore e più duraturo di Chuck Berry può essere questo: in effetti, ha aiutato a forgiare la nostra società. Attraverso i  suoi brani e i suoi testi ficcanti, ha prima inventato e poi reso mitologia l’adolescenza. Quando si parla di Chuck Berry, iniziare dagli adolescenti è un ottimo  punto di partenza. Negli USA, subito dopo la Seconda guerra mondiale, coloro che erano definiti di solito i giovani adulti o giovanotti, stavano iniziando ad  acquisire un’identità, un atteggiamento e un budget proprio. Era nata una nuova categoria di cittadini – rudi, energici, innocenti, idealisti: un nobile selvaggio in  blue jeans, in cerca di un eroe e di un linguaggio con cui articolare le sue selvagge pulsioni ormonali. Da una parte c’era Marlon Brando, che, quando nel film Il selvaggio gli chiedevano contro cosa si ribellasse, rispondeva “Dipende da cos’hai”. Dall’altra c’era Chuck Berry, il nostro sgargiante inviato speciale a Teensville,  il poeta ammaliante degli anni verdi.

(Timothy Hiatt/Getty Images)

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