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Il fascino maledetto dei GUNS N’ROSES


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Droghe, litigi, assunzioni, licenziamenti e il suono di un gruppo che sta implodendo. Slash, Duff McKagan, Steven Adler e molti altri ci raccontano la storia di un cult album dei Guns N’Roses. E spiegano come alla fine la band trovò la forza di risorgere dalle proprie ceneri.

“Avevamo rimediato delle date a supporto degli Stones. Eravamo loro fan sfegatati, per cui eravamo gasatissimi. Insomma, arrivammo e gli Stones avevano una  limo ciascuno, un trailer ciascuno e un avvocato ciascuno. Sì, proprio così. Mick ne aveva uno, Keith un altro e Charlie un altro ancora… Mi ricordo di essermi  voltato verso Izzy e avergli detto: ‘Cazzo, noi non saremo mai così’. E infatti, sei mesi dopo non eravamo così. Eravamo peggio”. Duff McKagan si china in avanti  sulla sua sedia, e usa entrambe le mani per lisciarsi i capelli togliendoseli dalla fronte. Ventisei anni dopo è ancora sbalestrato dalla velocità folle con cui andarono le cose per i cinque membri originali dei Guns N’Roses.

Duff fu l’ultimo ad andarsene, resistendo eroicamente fino all’agosto del 1997, e tenta di trovare un filo logico che leghi i ricordi di quei primi anni con le  tempeste che sarebbero venute in seguito.

La verità”, esordisce, “è che non so ancora esattamente cosa sia successo davvero. Eppure, io c’ero”. Per pochi  luminosi mesi del 1991 – volendo essere precisi, tutto iniziò il 17 settembre a mezzanotte – i Guns N’Roses raggiunsero un traguardo sognato da tutti: erano il  gruppo più famoso, potente e invidiato al mondo. In quel preciso momento, il futuro presidente degli Stati Uniti Donald Trump viaggiava insieme a cinque  modelle in una limousine, diretto al negozio Tower Records di Manhattan, per acquistare USE YOUR ILLUSION I e II, i nuovi dischi dei Guns che, per la prima  volta nella storia dell’industria musicale, venivano distribuiti simultaneamente. In tutte le metropoli d’America, i negozi avrebbero aperto a mezzanotte per  metterli in vendita.

Slash, spossato dallo sforzo creativo e in procinto di andare in vacanza in Tanzania, interruppe il viaggio fino all’aeroporto per fermarsi al  Tower Records di Sunset Boulevard e gustarsi le vendite da dietro il finto specchio sul retro del negozio, lo stesso specchio dietro al quale dieci anni prima la security l’aveva visto rubare delle cassette, e poi l’aveva arrestato. “Fu”, commentò in seguito gongolando, “un momento magico. Poi me ne andai in Africa per  stare il più lontano possibile da tutto. Passai un paio di settimane nel Masai Mara [una famosa riserva naturale nel sud del Kenya, ndr], lontanissimo da qualsiasi  menata da rockstar”.

Quando tornò a casa, USE YOUR ILLUSION II aveva venduto 770.000 copie e stazionava al primo posto della classifica «Billboard» USA,  mentre USE YOUR ILLUSION I ne aveva vendute 685.000 e lo seguiva al n. 2.

Foto via: teamrock.com

È così, fu un successo improvviso”, conferma Alan Niven, l’uomo che fino a quel  momento aveva gestito i Guns N’Roses. “Ma ci vollero tre anni di preparazione. Tu dai una spintarella che mette in moto le cose, e queste ne mettono in moto  altre. È un po’ come essere Sisifo, cerchi di spingere il macigno su per la montagna, ed è un lavoro del cazzo. Poi a un certo punto improvvisamente ti accorgi che  sei in cima, proprio sulla punta, e quel macigno del cazzo inizia a rotolare giù. E allora perdi il controllo di tutto”. In effetti, il controllo di Niven era già bello che  andato: mesi prima che il disco fosse pubblicato, i Guns N’Roses lo avevano licenziato. Proprio come poi sarebbe successo con Slash, Duff, Izzy, Steven e Axl, il  successo pretendeva il suo prezzo da Alan Niven. “La cosa mi buttò giù parecchio. Ero distrutto”, ammette. “Ma lo eravamo tutti, se pensi a cosa accadde dopo:  non riuscirono più a fare un disco decente. Izzy Stradlin se ne andò tre mesi dopo. Da quel momento, le cose andarono sempre peggio perché tutto cambiò,  passando da quello che era un gruppo giovane e ricco di voglia di fare a un qualcosa di sicuramente più famoso ma che sostanzialmente era il gruppo di Axl, dove  al massimo tu eri un turnista fintanto che lui ti pagava”.

I Guns N’Roses  sono sempre stati degli sbandati, faceva parte del loro fascino maledetto. Tom Zutaut, il  giovane dirigente che li aveva fatti firmare con la Geffen, lottò con le unghie per non farli cacciare prima che riuscissero a pubblicare un disco. Dovette quasi  implorare Alan Niven per prenderli nell’etichetta, mentre loro come gruppo e come persone erano invischiati in una spirale autodistruttiva. Niven accettò, in parte perché “la situazione era talmente di merda che non avrei potuto peggiorarla in alcun modo”.

La strategia manageriale di Niven si rifaceva a quella usata da Peter Mensch e Cliff Burnstein con i Metallica, un altro gruppo che non accettava compromessi:  all’inizio presentarli come fenomeno underground, col secondo disco puntare all’oro e poi, se erano davvero fortunati, mirare al platino. “Nessuno pensava che  sarebbero esplosi come poi fecero”, dice Niven. “Chiunque sostenga il contrario, mente”. Niven aveva progettato di costruire una reputazione per i Guns in  Inghilterra, in modo da acquisire credibilità nei confronti dei media USA.

Quando il gruppo apparve a Donington nel 1987, aveva venduto solo 7000 dischi. Una settimana dopo, erano diventati 75.000. Nella primavera del 1988, APPETITE FOR DESTRUCTION ormai era inarrestabile e tutte le strategie accuratamente  pianificate andarono a puttane: i milioni di copie vendute presero tutti in contropiede, con effetti devastanti.

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