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RYAN ADAMS: un nuovo stupefacente disco e la nostra intervista


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Dolorose separazioni, giornalisti a caccia di scoop, jogging a suon di AC/DC, misteriosi codici e uno stupefacente nuovo disco.

Ryan Adams non è estraneo alle pene d’amore. Dopo tutto, il suo album d’esordio pubblicato nel 2000 dopo aver mollato i cocchi della critica Whiskeytown, s’intitolava HEARTBREAKER. Per il suo sedicesimo disco da solista, PRISONER, registrato nel bel mezzo della separazione dalla cantautrice e attrice Mandy Moore, Adams ha ancora una volta trovato ispirazione nell’amore e nel dolore della perdita – e anche in qualche inaspettato rocker anni 80.

PRISONER presenta un interessante mix d’influenze, compresi gli ELO e gli AC/DC. 

Ascolto da sempre gli AC/DC. Non credo che su questo disco si senta, ma nella fase di selezione sono stati presenti. Quando è arrivato il momento di scegliere tra gli ottanta brani che avevo tra le mani per arrivare a undici o dodici, ho fatto quello che faccio sempre, ossia un po’ di footing la mattina o il primo pomeriggio. Correvo, il nastro è arrivato a una serie di canzoni da FLY ON THE WALL, e ho avuto un’epifania. Metto sempre i brani da quel disco nella playlist per la corsa, senza saltarne nessuno. Ho avuto l’illuminazione e mi sono detto: “Cazzo…!”. Dopo mesi che mi rompevo la testa finalmente era tutto chiaro. Tornato a casa, Dovevo sembrare pazzo perché l’atteggiamento era: “So esattamente cosa fare!”. Ho preso la lista dei brani e quelli davvero importanti, quelli che avevano un vero motivo per stare nel disco, mi sono balzati subito agli occhi.”

Hai detto ottanta canzoni? Ma ne hai scritte davvero così tante?  

Sì. Ne ho registrate talmente tante che alla fine non ne potevo più. A quel punto erano tra sessanta e ottanta.

E le hai scritte tutte sui pullman dei tour, negli aeroporti, in studio…?

Be’, ho iniziato sul pullman mentre ero in tour, ma poi quasi tutte le ho buttate giù all’Electric Lady. Il mio manager mi dà sempre un paio di settimane tra le varie parti del tour, così dopo l’ultimo concerto prendo e volo a New York. Poi chiamo Johnny, il mio migliore amico, che suona la batteria. Mi fanno trovare lo studio pronto, e così siamo solo io e lui e per due settimane di seguito registriamo.

Molti dei brani sembrano influenzati da NEBRASKA di Bruce Springsteen e dai dischi degli Smiths.

Anche quelle sono state influenze molto molto importanti per me. Quando stavo per separarmi, ascoltavo un sacco DARKNESS ON THE EDGE OF TOWN. E poi Don Henley. E Bruce Hornsby and The Range. Credo che gli Smiths fossero un gruppo perfetto. Fecero tutto in cinque anni. Quando sono partiti, Johnny Marr aveva diciotto anni e arrivato a 23 il gruppo si era già sciolto. Hanno fatto cose incredibili per chiunque, a qualunque età. La musica che hanno realizzato ha cambiato davvero tutto.

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