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INTERVISTA: ALEX SKOLNICK dei Testament – in concerto a Roma il 19 marzo


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Intervista a ALEX SKOLNICK

dai metal dei Testament al jazz

Testo: Guido Bellachioma

19 marzo in concerto al Planet Live Club

Via del Commercio, 36 – Roma – Tel. 06 57 47 826 – 331 7605752 – Ingresso 15€ – apertura porte ore 20 – inizio concerto ore 22 – www.planetliveclub.com

 

Come è nato l’Alex Skolnick Trio?

Il progetto ha preso vita nel 2001. Mi ero da poco trasferito a New York dove ho iniziato a studiare jazz alla New School University. Lì ho conosciuto Matt Zebroski, l’attuale batterista del trio, e abbiamo iniziato a suonare insieme, trovandoci molto bene. Abbiamo deciso di organizzare qualche serata e un altro studente, Jon Davis, si è aggiunto al basso. Con questa formazione abbiamo registrato il nostro primo album, GOODBYE TO ROMANCE. Poi Jon ha lasciato il gruppo per suonare indie rock con un’altra band e al suo posto è entrato Nathan Peck, un amico di Matt: loro due suonavano insieme già a Pittsburg, nella scena jazz locale. Nathan era perfetto per il nostro progetto.

 

Quali sono i punti di contatto tra il metal in generale, e i Testament in particolare, e il jazz?

Mettiamola così: a un certo punto ho sentito la necessità d’immergermi nella chitarra jazz per migliorare la mia tecnica. Al tempo stesso, avevo ancora in testa tutte queste melodie rock e metal che avevo assorbito nel corso degli anni. A volte mi capitava di inserire qualche “citazione” durante le mie improvvisazioni e gradualmente mi sono reso conto che era possibile riarrangiare completamente in chiave jazz alcuni di quei brani. Devo ammettere che all’inizio è stato un po’ un gioco: le prime cose su cui ho lavorato erano pezzi di Scorpions, Aerosmith e Kiss. Con il passare del tempo, però, insieme agli altri musicisti ci siamo resi conto che nessuno aveva mai provato a fare qualcosa del genere, e questo ci ha spinto ad andare fino in fondo. Volevamo sviluppare la nostra personalità, differenziandoci rispetto ai tanti jazz trio in circolazione che suonano solo il repertorio jazz, cose come Stella By Starlight o Alone Together: intendiamoci, piace anche a noi eseguire questi brani e li suoniamo spesso nei soundcheck prima dei concerti o durante le prove. La musica è piena di contaminazioni: Pat Metheny ha portato le sue pulsioni folk all’interno del jazz, così come Herbie Hancock ha fatto leva sulla sua sensibilità Rhythm & Blues o Chick Corea sulle sue influenze spagnole… ma ci sarebbero tanti altri esempi da fare. Io ho semplicemente lasciato che il mio background come chitarrista heavy metal si incontrasse con il mio interesse per l’improvvisazione jazz.

 

Qual è il mondo di confine in cui vive il tuo trio?

Per noi non esistono barriere di genere: siamo riusciti a far coesistere generi musicali differenti come swing, latin, funk, blues, 70s jazz rock e addirittura il country/bluegrass, utilizzando la line up del trio jazz come catalizzatore. E’ uno dei motivi per cui abbiamo deciso di intitolare il nostro nuovo album LIVE UNBOUND (live senza frontiere): vogliamo andare oltre alle frontiere e alle barriere. Gli altri due musicisti che fanno parte del trio, Matt e Nate, vengono dal jazz ma apprezzano anche la scena metal e hanno acquistato in passato anche dischi metal. Io sono conosciuto per quello che ho fatto in ambito metal, per un tipo di musica molto energica, ma al tempo stesso ho studiato jazz per tanti anni, ho ascoltato dischi jazz, sono andato ai concerti, mi sono appassionato alle vecchie chitarre jazz… tutto questo è entrato a far parte del nostro trio.

 

Puoi descriverci gli album del tuo Trio?

2002 – Goodbye to Romance: Standards for a New Generation

Essendo il primo album che abbiamo pubblicato, ho sentito l’esigenza di mantenermi molto in linea con i dettami della chitarra jazz, sia in termini di sound che di tecnica sullo strumento. Sapevo che prima di me nessuno aveva provato a fare qualcosa del genere e quindi per me era un po’ un banco di prova, mi sono sentito un po’ sotto esame, ma sono molto soddisfatto del risultato. Sono rimasto sorpreso delle reazioni positive che ha suscitato, soprattutto da parte di riviste jazz come Downbeat e Jazziz e di molte radio jazz… pensavo di metterci molto più tempo ad ottenere certi riconoscimenti. L’album contiene principalmente brani rock e metal riarrangiati in chiave jazz, è quello il filo conduttore del disco.

 

2004 – Transformation

È il primo album in cui è presente Nathan. E’ stato un po’ come ricominciare tutto da capo Mi piace come disco, ma penso che abbiamo fatto meglio con il disco successivo, anche perché avevamo accumulato esperienza dal vivo. Forse avevo le idee ancora un po’ confuse, abbiamo provato a sperimentare con le parti vocali, la distorsione e altri suoni… diciamo che i brani contenuti negli album più recenti sono quelli a cui siamo maggiormente legati. Comunque ci sono delle rivisitazioni interessanti anche in TRANSFORMATION, come Electric Eye dei Judas Priest che è tuttora uno dei brani di punta dei nostri concerti.

 

2007 – Last Day in Paradise

Qui la metà dei pezzi sono composizioni originali. Un pezzo in particolare, Western Sabbath Stomp, ha rappresentato qualcosa di completamente differente per noi: slide guitar e distorsione. Come dicevo, la mia intenzione era quella di comporre nuovo materiale, ma volevo farlo nel momento giusto, senza affrettare i tempi. Lo stesso Jeff Beck ad esempio ha pubblicato un album straordinario come BLOW BY BLOW (1975), dove i pezzi erano firmati per la maggior parte da altri musicisti, e poi si è immerso maggiormente nella scrittura. Mi piace questo tipo di approccio. LAST DAY IN PARADISE è stato registrato in uno studio ipertecnologico, lo Spin Recording Studio di Long Island e durante le sessioni si è creata una grande empatia con il team. Credo che sia il nostro album registrato meglio.

 

2011 – Veritas

Quasi tutte le composizionii sono originali. Ormai mi sentivo libero di sperimentare. Ci sono brani con dei loop, come Song of the Open Road, che secondo me funziona molto bene, oppure cose come Bollywood Jam, che ha influenze indiane. 99/09 è diventato uno dei nostri pezzi più apprezzati. Anche se sono contento di tutti e quattro gli album che abbiamo pubblicato, questo mi rende particolarmente orgoglioso sia dal punto di vista compositivo che per come abbiamo suonato.

 

Come sarà strutturato il tuo concerto romano?

Faremo avanti e indietro tra atmosfere delicate e avvolgenti e momenti di pura energia. Eseguiremo brani da tutti gli album del trio e ci sarà spazio anche per qualche sorpresa. Proporremo per la prima volta anche dei pezzi nuovi, che al pubblico finora sono piaciuti molto. Sicuramente qualcuno rimarrà sorpreso nel vedere un chitarrista che solitamente suona metal cimentarsi in un ambito così differente. Probabilmente ci sarà chi scoprirà di apprezzare le ritmiche jazzate, con tanto di contrabasso e spazzole, e rimarrà piacevolmente sorpreso. Si tratta di uno spettacolo variegato e di alto livello: non suoniamo solo jazz ma anche funk, blues, tango, western e tanto altro Conosco persone che non amano particolarmente i live chitarristici a cui il concerto è piaciuto molto E’ veramente accessibile e adatto a qualsiasi tipo di pubblico. Durante la serata ci sono momenti in cui bisogna solamente ascoltare e recepire la musica, ma anche altri in cui si può applaudire, urlare e fare casino. Sarà divertente.

 

Progetti futuri?

Tra un album e l’altro con il trio, naturalmente continuerò ad essere attivo in ambito metal. Ma mi piacerebbe dedicarmi anche a un altro progetto strumentale, un po’ come ho fatto con il mio album etno / acustico PLANETARY COALITION. Poi sarà la volta di un progetto strumentale elettrico, ma molto differente da tutto quello che ho fatto finora. A breve ci saranno novità! Stay tuned!

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