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METALLICA: l’intervista a James Hetfield

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Per il più grande gruppo metal del mondo non c’è mai un momento tranquillo, ma l’uscita del suo primo disco in studio del decennio ha reso il 2016 un anno particolarmente tosto per i Metallica. Pur non soddisfacendo del tutto i puristi del metal (e come avrebbe potuto?), HARDWIRED… TO SELF DESTRUCT offre materiale abbastanza buono da dimostrare che i Metallica non sono alla frutta.

Brani come Moth Into Flame, Spit Out The Bone e Atlas, Rise! sono tra i migliori che il gruppo abbia realizzato negli ultimi 20 anni e James Hetfield è stato a dir poco felice di poter pubblicare nuova musica. E come abbiamo scoperto volando a New York per un incontro molto speciale col gruppo, non è una cosa che lui prenda alla leggera.

Sono passati otto anni. Come ci si sente a essere di nuovo in pista per promuovere un nuovo disco?
Eccitatissimi. Non sono sfinito come pensavo di essere, perché siamo diventati più furbi. Adesso, facciamo le cose – interviste e servizi fotografici – tutto insieme. E così è più facile. Non è che stiamo cercando di ‘venderti una cosa’. Parliamo di ciò che facciamo. E con i dodici brani – tredici se contiamo Lords Of Summer – ci sono circa settecentoottanta riff tra cui scegliere.

Perché questo disco ha richiesto così tanto tempo?
Non è che abbiamo messo un appunto sul calendario: “Fra otto anni pubblichiamo un disco”. Sono successe un sacco di cose: cose di famiglia, LULU, THROUGH THE NEVERS, i festival. Così tante cose che a un tratto il tempo ti sfugge quasi di mano e ti dici: “Cavolo, siamo ancora un gruppo. Forza, pubblichiamo qualcosa”. Perché otto anni? Non ha fatto piacere nemmeno a me. Diciamo che è colpa dei miei figli [ride]. Però abbiamo ancora un sacco di materiale.

Segui regolarmente i commenti dei vostri fan su Facebook?
Ogni tanto lo faccio. Alcuni sono stupendi, altri orribili. Ogni gruppo ha più commenti cattivi che buoni. E questo ha anche una spiegazione: se ti piace una cosa te la godi, ma se ti fa incazzare allora lo scrivi. A volte leggo cose anche giuste che mi fanno riflettere, altre perdo solo tempo.

Deve essere stressante…
Sì. Pensi: “Ma perché gli sto dando così tanta attenzione? Lo so che abbiamo fatto un buon lavoro, e invece questo tizio ce l’ha con noi per una cosa che magari è successa dieci anni fa e ora vomita su questo disco. Perché?”. Se non sei un fan, è ovvio che non ti piace. E c’è sempre un sacco di gente che commenta e che dice di non essere contenta e tira fuori le sue insoddisfazioni. Non prenderla sul personale è dura.

Vero, ma sei sempre riuscito a non farti abbattere dalle critiche, giusto?
No. Ho sempre preso tutto molto sul serio. Forse è la nostra generazione, ma all’improvviso ognuno ha una sua opinione su di te. Una volta, se qualcuno scriveva una recensione cattiva lo incontravamo e ci chiarivamo: “Ma dicevi sul serio?”. Ci parlavi. E di solito dicevano: “Be’ sì, forse sono stato un po’ troppo duro”. E risolvevi le cose. Ora è un bombardamento a tappeto e continuo. Per me, i social sono un posto pericoloso da frequentare. I commenti ti entrano in testa e non la smetti più.

Saresti contento di aspettare altri otto anni per il prossimo disco?
Non voglio aspettare così a lungo. Assolutamente no. Immagino di averlo detto anche l’ultima volta. Ma volendo essere sincero, non so nemmeno cosa succederà quando usciremo da questa stanza. Comunque non vedo l’ora di suonare questi brani dal vivo.

Potrai leggere l’intervista completa sul numero #50 di Classic Rock, in edicola dalla fine di dicembre! Da leggere tutto d’un fiato.

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