Home»Articoli»DAVID BOWIE: una carriera camaleontica

DAVID BOWIE: una carriera camaleontica


34
Condivisioni
Pinterest Google+

All’inizio del 2016, la morte di David Bowie ha terremotato il mondo musicale. Una firma illustre di «Classic Rock» ricorda alcuni momenti molto personali della camaleontica carriera di Bowie e riflette sulle sue autentiche credenziali rock.

“Ho trascorso un giorno meraviglioso con David Bowie. Era il 1993, a metà strada tra ZIGGY STARDUST e BLACKSTAR. Bowie aveva 46 anni, era snello, leggermente abbronzato, bello in un modo quasi imbarazzante e fumava di continuo con la nonchalance di un’era ormai passata. Avevamo una missione: passare la giornata visitando i vecchi ritrovi della Londra anni 60 e 70, alla ricerca di ricordi e significati reconditi. Ci recammo dove un tempo si trovavano i Trident Studios a Soho, dove erano nati HUNKY DORY (1971), THE RISE AND FALL OF ZIGGY STARDUST AND THE SPIDERS FROM MARS (1972) e la maggior parte di ALADDIN SANE (1973).” Ha raccontato David Sinclair.

“Non solo Bowie acconsentì a essere intervistato, ma venne a prendermi con la sua macchina e l’autista ci portò lungo un percorso studiato e deciso da lui. Aveva scavato nei suoi diari e nei taccuini di quel periodo, in cui ci addentrammo dopo le varie tappe, in un albergo della zona, tra una zuppa e un tramezzino al formaggio. E anche se fui io a scrivere l’articolo (per «Rolling Stone»), in un certo senso lui lo scrisse assieme a me. Bowie era una persona estremamente sensibile. […] Assieme ai drink e alle droghe, queste maschere erano un modo per nascondere i suoi sentimenti e distanziare il suo autentico sé dalla sua arte. “Sentii che dovevo fuggire da me stesso e dal peso dei miei sentimenti d’inadeguatezza. Non amavo me stesso, per niente”, mi disse. Mentre il nostro giro per i vecchi ricordi si dipanava e Bowie si confrontava con i resti concreti del suo passato, la giornata ci toccava sempre più nell’intimo.”

Bowie è stato uno degli autori ed esecutori migliori che il pop abbia mai conosciuto, e soprattutto, un mentore: ha cercato il talento negli altri, e ha provato a far sbocciare coloro in cui vedeva del potenziale. Come ha ricordato Sinclair, David era bravissimo a spingere chiunque in nuove sperienze, cercando costantemente di superare i propri limiti. Quano invece non era preso nella ricerca di nuovi talenti, era impegnato a salvare le carriere altrui: basti pensare ai dischi prodotti per Lou Reed e Iggy Pop, o alla vita dei Mott The Hople, che cambiò radicalmente dopo che Bowie gli donò il suo inedito “All The Young Dudes“. Il leader della band, Ian Hunter, ha ricordato: “Era un tipo davvero a posto, sempre disponibile. Era molto presente. Però era anche strano. A occhio, sembrava un po’ sballato. Avevi l’impressione che fosse in un mondo tutto suo ma… era perfettamente normale.

Sinclair continua raccontando: “Nel 1988, stanco della celebrità e delle noie a essa connesse, si reinventò come semplice cantante di un ‘quartetto democratico’ di rock pesante, un gruppo composto da se stesso, dal chitarrista Reeves Gabrels e dai fratelli Tony e Hunt Sales, rispettivamente al basso e alla batteria. Incontrai i Tin Machine nel 1991 a Dublino, mentre si stavano preparando per un tour europeo. Era un’esperienza totalmente diversa dall’incontrare Bowie da solo. Tanto per cominciare, lui non diceva o faceva nulla senza coinvolgere i suoi compagni. Dallo stringere la mano e dire ciao fino alle dichiarazioni più importanti riguardo la direzione musicale o i testi, i Tin Machine si erano imposti la regola molto stretta dell’uno per tutti e tutto per uno – almeno durante le interviste.”

Bowie però, rimase ad essere Bowie, ed intervistare i Tin Machine era strano: tutto molto divertente, ma il carisma di David, e la sua fama, riuscivano a soverchiare qualsiasi altra dinamica del gruppo di ‘uguali’. Per gli altri componenti della band, la presenza di Bowie, fu una mano santa, per il cantante invece fu più che altro una mossa coraggiosa. Necrologi e retrospettive non parlano mai di questo periodo della sua carriera, ma in questi dischi, si è allineato di più all’estetica classica del rock. Il primo disco della band, arrivò al numero 3 delle classifiche e fu un successo: anticipò il grunge e tutte le uscite, tra cui anche Nevermind dei Nirvana.

La fine di David Bowie, fu Blackstar, album pubblicato l’8 gennaio, il giorno del suo sessantanovesimo compleanno. Il disco fu scritto durante i diciotto mesi in cui Bowie stava combattendo con un cancro terminale, all’insaputa di chiunque. Come tutti sapete, morì due giorni dopo la pubblicazione del disco. Fu una tragedia immensa, ma in qualche modo con un tempismo perfetto e dall’incredibile impatto scenico, l’apice della sua carriera. Bowie guardò la morte in faccia, e capì che poteva usarla, e così fece, lasciandoci un disco pieno di misteri.

Leggi l’articolo completo nel numero #50 di Classic Rock! In edicola dal 23 dicembre. Ti aspetta un approfondimento di 5 pagine, con tanto di scatti unici.

Commenta Via Facebook