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La nostra chiacchierata con IGGY POP

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“Per il mio prossimo disco avrò 75 anni. E forse per allora non ci saranno proprio più i dischi.”

Non ti sembra proprio un posto da fighette?”. Questo è il commento di Iggy Pop sulla suite di lusso dell’albergo in cui ci troviamo, alla periferia di Detroit. Molto lontano da dove lui e i suoi genitori vivevano quando era giovane e si faceva chiamare James Osterberg a Ypsilanti, Michigan.

Tutto in nero, mostra molto poco delle fatiche della settimana. Pop è partito con una sessione pubblica Q&A per la serie Living Histories Live della Grammy Foundations un paio di notti fa, dove ha suonato un set acustico assieme al produttore Don Was, Dean Fertita dei Queens of the Stone Age, i Raconteurs e il gruppo che lo accompagna nel tour Post Pop Depression. Ora è impegnato fino al collo nel promuovere un sacco di cose nuove: la prima è Gimmie Danger, il documentario di Jim Jarmusch sugli Stooges, che il regista definisce “una dichiarazione d’amore al mio gruppo preferito”. La seconda è Total Chaos: The Story of the Stooges as Told by Iggy Pop, pubblicato dalla Third Man Books di Jack White.

L’Anno di Pop ha visto anche la pubblicazione di due dischi (POST POP DEPRESSON, in collaborazione con Josh Homme, leader dei QOTSA) e POST POP DEPRESSION LIVE AT ROYAL ALBERT HALL, che racconta il live del 13 maggio a Londra. E poi, c’è la Iggy Pop Life Class, una mostra di nudi, visibili al Brooklyn Museum e anche su libro. Pochi sessantanovenni possono vantare tante cose fatte in 12 mesi, tanto meno uno che ha sfidato la morte in più occasioni, sia nella vita che sul palco. Ma quando ci complimentiamo con lui per questi traguardi, Pop si limita a scrollare le spalle.

Avevi previsto che il 2016 sarebbe stato un anno così denso per te?
Ci si deve essere messo in mezzo il karma, o un qualche allineamento di pianeti. Molte cose sono arrivate al dunque tutte assieme, e questo ha influito su cose che ho fatto tutta la mia vita, persone che conosco da un sacco di tempo e tutto a un tratto… BAM. È stato sette o otto anni fa che chiesi a Jim di fare un film sugli Stooges ed è stato nel 2014 che ho contattato Josh per quello che poi è diventato PPD, e dieci anni fa Jeremy Deller ha iniziato a cercare di farmi fare quelle sessioni di nudo che poi ho fatto. E oltre a questo, ci sono le cose che faccio io da solo o col mio gruppo.”

POST POP DEPRESSION è stato l’apice della tua carriera. Ripensandoci a freddo, che ne pensi?
“Be’, le culture che stanno dietro a quel progetto non potrebbero essere più diverse. Io sono della costa est, loro di quella ovest. Probabilmente, peso quanto metà del mio co-autore [ride]: Josh è due volte me, e non è grasso. Però mentalmente siamo identici. Gli piace l’arte, ma è un tipo rock. Se gratti la patina, sotto ci trovi un ragazzaccio rock bello tosto, un ragazzaccio rock bello tosto e grosso. La sfida era semplicemente quella di riconoscere che il batterista [Matt Helders degli Arctic Monkeys] è un musicista molto migliore di quanto io sia o quanto sia mai stato, e stargli dietro. Sa cantare anche meglio di me, e quindi dovevo fare del mio meglio. Il multistrumentista [Dean Fertita] suona meglio di me, e dovevo stargli dietro. E poi c’è il capo… sa suonare tutto e canta meglio di chiunque altro nel rock oggigiorno. È davvero bravo.”

E quindi tu sei…
Se non stavo attento, diventavo superfluo [ride]. Per cui, ho cercato di capirlo subito e fare tutto meglio – cantare un po’ meglio, scrivere i testi in fretta così le cose non andavano avanti senza di me. E alla fine, credo abbia funzionato.”

Nel numero #50 di Classic Rock potrai leggere l’intervista completa a Iggy Pop! Due pagine di approfondimento, con una chiacchierata unica in cui ci ha raccontato tutto, ma proprio tutto.

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