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METALLICA: Hardwired… To Self-Destruct

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Dopo otto anni, finalmente il nuovo disco dei quattro campioni dell’apocalisse metal da grandi arene.

Come fai a restare aggrappato al trono di più grande gruppo hard rock al mondo per oltre un quarto di secolo?
Nel corso dei decenni, i Metallica hanno avuto qualche cedimento: battaglie legali con i fan, qualche album sbagliato, scazzi, problemi e terapie di gruppo pubbliche probabilmente malconsigliate. I loro critici più feroci direbbero che in tutto questo tempo hanno diluito il thrash metal rendendolo un sano divertimento per famiglie, abbastanza ‘grosso pubblico’ da regnare su Glastonbury o inzeppare i cinema con film di concerti leccati e fighetti.

Eppure, anche nel 2016 un nuovo disco dei Metallica rappresenta un evento, cosa che pochissime altre uscite rock possono dire di essere. Non sono più i più rumorosi, veloci o feroci, ma gli ex signori del thrash restano il modello con cui la musica più sfacciatamente heavy può competere con i grossi calibri del pop e del rap.

Ovviamente, non torneranno mai più a essere i rivoluzionari che cambiarono le regole del gioco negli anni 80. Ma se riusciamo a perdonare a questi ex delinquentelli simili punk, il peccato mortale di essere cresciuti e diventati uomini di affari di mezz’età plurimilionari, il loro percorso musicale vale ancora
la pena di essere esplorato, visto che la loro estetica del ‘nessuno è più nero di me’ scorre ancora potente.

Dal multiplatino DEATH MAGNETIC sono passati otto anni, il gap più lungo tra dischi in studio nella carriera dei Metallica. Inizialmente, avevano pensato
di lavorare su HARDWIRED…TO SELFDESTRUCT con lo stesso produttore, il leggendario Rick Rubin, ma nel corso della lunga gestazione il tecnico di studio Greg Fidelman ha assunto le redini come coproduttore, accanto a Lars Ulrich e James Hetfield.

La prima impressione è: copertina da urlo. Il duo di fotografi artistici Herring & Herring ha trasformato i Metallica in demoni multicolori, dai volti contorti come dipinti viventi di Francis Bacon. Probabilmente, la miglior copertina di sempre. All’interno i risultati sono un po’ più altalenanti. Rubin
aveva spinto il gruppo a rivisitare le loro iper-minimaliste radici thrash anni 80, con risultati in massima parte fruttuosi. Qui il mix è più sbilanciato. HARDWIRED è un doppio di 88 minuti che passa troppo tempo nella confortevole zona dei ‘Metallica ultimo periodo’ con brani mediamente mossi, chitarre strappate e testi da fumettone macabro. Un insieme molto conservativo e poco ispirato. Ma non tutto è perduto: c’è anche parecchio da gustare. I due singoli
estratti sono leggermente ingannevoli. Hardwired, l’ultimo brano scritto e registrato per il disco, è uno scoppio esilarante di tre minuti di punk-metal a mitraglia, ruote che stridono, freni che urlano, e frasi dal ritmo percussivo: ‘We’re so fucked! Shit outta luck!’ Evvai!

Moth Into Flame è un altro esercizio di concisione tagliente, con un’energia centrifuga che cozza piacevolmente con gli accordi tintinnanti in minore. Entrambi sono acchiapponi, insinuanti e relativamente popposi per gli standard moderni dei Metallica.

Poi, il disco si apre e iniziano ad apparire brani epici di sei, sette e anche otto minuti. L’apice di questa bulimia è in Halo On Fire,
una lamentosa power ballad incorniciata da immagini a 360° che si inerpica su accordi montagnosi, geyser sfrigolanti di svisate super veloci e torreggianti eccessi di puro wagnerianesimo. Immaginatevi un’intera stagione del Trono di spade strizzata in otto minuti di melodramma rovente. And Am I Savage? è una tritacervelli brutta, cattiva, implacabile con un testo che parla di trasmutazioni bestiali, basata su accordi degni dell’Antico Testamento e dei Black Sabbath.

L’amore tra zombie domina in Now That We’re Dead, una canzone d’amore leggermente goth, e vagamente disgustosa, in cui Hetfield canta una serenata al cadavere della sua sposa: ‘Now that we’re dead, my dear, we can be together.’ Ci sono echi dello spirito caustico del defunto Kurt Cobain – e a dirla tutta, l’ironia sardonica di Cobain sarebbe stata la benvenuta in altri episodi del disco, un po’ più monocordi.

Bisogna avere la sincerità di dire che HARDWIRED impallidisce davanti a DEATH MAGNETIC proprio per questo voler essere eccessivo a tutti costi, nel cercare sempre e solo inni speedmetal fracassoni e supersize. In fondo, troppe canzoni sono solo riff su riff di routine, senza mai elevarsi al di sopra
dello schema iniziale. Ad esempio Dream No More, invocazione a Cthulu, Grande Antico e personaggio creato dallo scrittore horror HP Lovecraft – tema ricorrente in altri brani dei Metallica. Il testo di Hetfield trabocca di immagini di mari neri, tortura e dannazione, ma lo sfondo musicale potremo dire ‘viscido’ non è all’altezza del tema.

Il secondo disco si affida un po’ troppo a questi brani di routine. Confusion è solo sette minuti trascurabili di ringhi, grugniti e strepiti. Murder One rende omaggio a Lemmy, inserendo nel testo tutta una serie di citazioni come ‘born to lose’, ‘iron horse’, ‘aces wild’ etc., ma sa ugualmente di occasione mancata. Considerato l’immenso debito musicale che i Metallica hanno verso i Motörhead, poteva essere un classico, ma è
solo l’ennesimo martellante brano metal senza lode e senza infamia.
Il disco finisce sugli scudi con Spit Out The Bone, monumentale racconto di nichilismo distopico che evoca il Titus di Gormenghast di Mervyn Peake, con un testo che celebra l’estinzione dell’umanità per mano di macchine genocide. ‘Utopian solution!’ bercia Hetfield, ‘finally cure the Earth of Man!’. Rumoroso, frenetico, senza freni, e radicato in una deliziosa attitudine negativa
molto punk, è un piacevole memento dei Metallica al loro meglio.

Liberi dalle catene del cosiddetto buon gusto, sono ancora capaci di fare un ‘bel casino’.
In sintesi: disco dal cammino accidentato, ma con abbastanza buoni momenti da giustificare i brani più pedestri.
Il regno più lungo nella storia del rock pesante non è ancora finito.

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