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I 10 pezzi più sottovalutati dei Beatles dal 1966 al 1970

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La band che ha creato alcune delle più famose canzoni di tutti i tempi, ha realizzato anche dei pezzi che si sarebbero meritati più tempo di quanto abbiano avuto sotto i riflettori…

La decisione dei Beatles di fermare il tour, presa dopo il viaggio negli Stati Uniti dell’estate del 1966, ha permesso loro di immergersi completamente e concentrarsi sullo scrivere canzoni. È stato un periodo che ha prodotto lavori più innovativi, a cominciare da Revolver e per terminare dopo tre anni con Abbey Road. Naturalmente, tutti questi successi, non hanno fatto altro che gettare ombra su quei pezzi che noi oggi vogliamo ricordarvi.

10) Savoy Truffle (The Beatles, 1968)

Spesso liquidata come uno dei pezzi più assurdi e privi di senso del White Album, in gran parte a causa dei testi ispirati da un buon amico di George Harrison, Eric Clapton, Savoy Truffle è un pezzo blues-rock la cui melodia mette in evidenza la maturità di Harrison come cantautore. È notevole anche per una formidabile sezione di fiati.

9) Don’t Let Me Down (B-side di Get Back, 1969)

John Lennon raramente sembrava così appassionato con i Beatles, la sua voce grezza si muove con disperazione mentre si impegna con devozione a Yoko: ‘Sono innamorato per la prima volta…‘.

8) The End (Abbey Road, 1969)

L’ultima canzone registrata da tutti e quattro i Beatles, The End, serve come deliziosa coda per il secondo lato di Abbey Road. Opportunamente, ogni membro della band si prende un assolo.

7) Baby, You’re A Rich Man (B-side di All You Need Is Love, 1967)

Questa autentica collaborazione fra Lennon e McCartney fonde componenti di due canzoni non finite, in un sound psichedelico. Gli effetti di studio abbondano. Si dice che Mick Jagger abbia cantato nei cori presenti alla fine del pezzo.

6) She’s Leaving Home (Sgt. Pepper Lonely Hearts Club Band, 1967)

Questa masterclass pop-barocca mette in evidenza la capacità di Paul McCartney di realizzare una lirica straziante, ispirato da una storia vera del Daily Mirror riguardo una teenager scappata da casa. “Lei scivola fuori e lascia una nota, e poi i genitori si svegliano“, ha spiegato. “E ‘stato piuttosto toccante.

5) L’Inner Light (b-side di Lady Madonna, 1968)

L’ultimo e il migliore dei tre brani di Harrison dal sapore indiano (dopo Love You To e Within You Without You), la luce interiore lo trova sposando le virtù della Meditazione Trascendentale. Sulla base di una poesia dal taoista Tao Te Ching, vanta una melodia sublime e una varietà esotica strumentale – sarod, Shehnai e pakhavaj – da un team di musicisti indiani.

4) Happiness Is A Warm Gun (The Beatles, 1968)

Ispirato al titolo di una rivista di armi da fuoco che George Martin gli aveva mostrato, questa mini-suite di Lennon riesce in qualche modo a comprimere l’evoluzione del rock’n’roll in meno di tre minuti. La canzone ribalta stati d’animo ed è resa memorabile dal mantra ripetuto: ‘Mother Superior jump the gun!

3) She Said She Said (Revolver, 1966)

Una party pieno di acidi a Beverly Hills, durante il quale l’attore Peter Fonda ha portato tutti verso il basso con la frase “Io so cosa vuol dire essere morti”, ha fornito l’impulso per quella condizione meditativa di Lennon sulla ricerca spirituale. Spinto dalla chitarra lancinante di George Harrison.

2) Rain (B-side di Paperback Writer, 1966)

Testi allucinanti di Lennon, chitarre distorte, una scanalatura di basso insistente e la batteria di Ringo. Pubblicata due mesi prima Revolver, ritmi mutevoli ed effetti sbiaditi costituisce un precedente per brani del calibro di Tomorrow Never Knows e Strawberry Fields Forever.

1) Hey Bulldog (Yellow Submarine, 1969)

Guidati dal grande riff di pianoforte di Lennon, questo pezzo propaga una grazia unica.

Fonte: http://teamrock.com

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