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BRIAN AUGER’S OBLIVION EXPRESS – LUCKY PETERSON – JAMES TAYLOR QUARTET RECENSIONE

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ffluenza media per una serata che vede sul palco in piazza Duomo un terno secco di alto profilo, in bilico tra la tradizione del blues che si rinnova, pur rimanendo ancorata alle sue radici afroamericane, e un’enfasi soulful dettata dall’Hammond. Il tramonto deve ancora far capolino quando gli scagnozzi benvestiti del James Taylor Quartet prendono possesso del palco e del pubblico sottostante, rinvigorendo la fama consolidata di eroi Mod di terza generazione, con ormai una carriera venticinquennale (senza contare il glorioso passato di Taylor, sempre da “modern boy”, nei mai dimenticati Prisoners, dalle cui ceneri nacque il Quartet): la qualità del suono, marchio di fabbrica della rassegna, esalta le pepate atmosfere guidate dall’Hammond, che presenta soprattutto il materiale classico dell’ensemble britannico. L’elemento blues della serata, nel senso più classico del termine, viene tenuto in alto da Lucky Peterson, sguardo spiritato alla Screamin Jay Hawkins, ma soprattutto attitudine elettrica viscerale, tanto che sembra posseduto dallo spirito irrequieto di John Lee Hooker. Quello che manca a Lucky, semmai, sono i brani, e lui ne è consapevole e difatti il grosso del suo live è nelle cover celeberrime (spicca l’ennesima, oramai ridondante, dedica alla Pioggia Viola decantata dal Principe di Minneapolis), anche se lo zenith è raggiunto in un assolo di un quarto d’ora, quando si lancia giù dal palco con la sua sei-corde e si mette a suonare in mezzo alla gente festante. Il culmine della serata, ci mancherebbe, spetta a lui, Brian Auger, uno dei massimi luminari dei tasti d’avorio in ambito rock: ultrasettantenne ma con lo spirito di un ragazzino impenitente, rinchiuso quasi in un bunker di tastiere ma ciondolante senza sosta nella sua camicia coloratissima. Per l’occasione non c’è sua figlia Savannah al microfono, ma un ospite d’eccezione come Alex Ligertwood, già cantante e chitarrista con Santana e, per qualche anno e disco, dei suoi Oblivion Express: che aggiunge un forte carisma e infonde un tocco più funky ai brani dei ’70, sorretto da una sezione ritmica eccellente (qui è presente l’altro figlio d’arte, Karma Auger, alle prese con i tamburi). Ligertwood si integra egregiamente con gli Oblivion, anche se la voce magari non è più quella di un tempo, ma risulta davvero sentita la sua interpretazione di ‘I Love You More Than You’ll Ever Know’ di Al Kooper, per non parlare del suo tocco nella sublime rilettura di ‘Bumpin On Sunset’ di Wes Montgomery. Auger è semplicemente fenomenale, sorregge le strutture armoniche per poi sfuggire al loro controllo e lanciarsi come pochi al mondo sanno fare in solismi mai banali, tanto che sembra di ascoltare gli album dell’epoca, ma rivisti sotto una luce nuova. (Testo: Fabio Babini. Foto: Antonio Viscido)

 

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