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BLACK MOUNTAIN & SOVIET SOVIET – Recensione


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Inserito nel verdeggiante contesto di Villa Ada, nell’ambito della consueta kermesse estiva Roma Incontra Il Mondo, questo doppio set ha registrato una discreta e tutto sommato inaspettata buona risposta da parte del pubblico capitolino, radunato sotto il palco già per la band di apertura. I Soviet Soviet sono una vecchia conoscenza, la gavetta l’hanno bella e fatta e oggi offrono una padronanza assoluta del loro linguaggio sonoro. Tra brani nuovi che anticipano un lavoro in uscita nel prossimo autunno e materiale consolidato, il trio offre il fianco a confronti con A Place To Bury Strangers, con una minore enfasi noise-psichedelica e un sostrato post-punk sorretto da un basso che fa dell’irrequietezza la propria ragion d’essere, e un tocco alla Jesus & Mary Chain. Magari si potrà dire che girano sempre intorno allo stesso pezzo con un abile gioco di make-up, ma lo fanno davvero in maniera egregia.

Proiezioni minimali e stilizzate accompagnano invece la band canadese sin dalle prime note del loro live set, in cui i brani del nuovo album ‘IV’ fanno la parte del leone in scaletta. Il suono sprofonda e diviene volutamente plumbeo, e le strutture si fanno a tratti fluttuanti, inevitabilmente sospese nei momenti più dilatati e lisergici. Rispetto ad una pletora di altre band neo-neo-neo-psichedeliche, il quintetto non si attacca con veemenza infantile alle sottane della tradizione, ma corre il rischio di sporcarsi le mani con soluzioni in apparente contrasto. Stephen McBean è l’anima più ‘70 del gruppo, con chitarre tirate dalle forti tinte hard ma calate costantemente nella mescalina, per poi inerpicarsi sul velluto in minore del mellotron di Jeremy Schmidt.

Al centro del proscenio c’è Amber Webber, non la frontwoman dei nostri sogni in quanto a presenza scenica e carisma, ma con una voce capace di farci ricordare tanto Siouxsie Sioux (no, non sono impazzito!) quanto Sonja Kristina dei Curved Air, pur coi dovuti distinguo del caso. Verso il finale si guarda indietro verso gli esordi, chiudiamo gli occhi all’unisono e percepiamo vibrazioni di una Summer of Love fuori tempo massimo e ad una latitudine bizzarra come il laghetto di Villa Ada. E proprio per questo ancora più preziose… (Parole di Fabio Babini. Foto di Danilo D’Auria)

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